Stamattina qualcuno mi ha scritto per chiedermi com’è andata Passi di Donna.
La verità è che, se guardo ai numeri, qualcuno potrebbe dire che è andata piano. Tanto interesse prima, tanti messaggi, tanti “che bello”, tanti “vorrei venire”. Poi la vita che chiama altrove, gli impegni, i ritmi che cambiano all’ultimo momento, le cose che si mettono di mezzo.
Alla fine siamo partiti in pochi.
E sapete una cosa.
Per me è stato perfetto.
Quel “pochi” mi ha fatto riflettere. Perché a volte essere pochi non è una mancanza, è una misura diversa delle cose. Quando si è in pochi il passo si accorda da solo, nessuno deve correre, nessuno resta indietro. Le parole trovano il loro spazio, i silenzi non hanno fretta di essere riempiti. Anche lo sguardo si allarga: verso chi cammina accanto, verso il bosco, verso tutto ciò che lungo il cammino chiede solo di essere notato.
Abbiamo iniziato a camminare nel bosco lungo un sentiero che non decide subito dove andare. Un tratto che sale, poi si lascia andare, poi riprende quota tra gli alberi. Un piccolo saliscendi che sembra quasi insegnare al corpo ad ascoltare la montagna.
Così anche il tempo ha cambiato passo. Non correva più diritto. Si muoveva come il sentiero, con piccole salite e piccole discese, trovando spazio tra una parola e l’altra.
Arrivati tra le case di Catremerio è successo qualcosa di semplice e bellissimo. La montagna ha fatto quello che sa fare meglio: ha aperto le porte senza bisogno di spalancarle.
Una donna si è affacciata alla finestra mentre rassettava la sua stanza.
Un’altra salutava il sole che stava arrivando a scaldare la porta di casa.
Un’altra ancora rientrava dalla mungitura e si prendeva cura di chi ha vicino.
Ci siamo fermati a parlare con ognuna di loro. Senza fretta.
Tre donne di una bellezza rara. Di quelle che non fanno rumore ma restano nella memoria.
Fra loro ce n’è una, timida e riservata, che ogni volta che la incontro penso che mi piacerebbe invecchiare un po’ come lei. Con quella calma gentile che non chiede spazio ma lo crea intorno.
Durante il cammino ho chiesto alle donne che erano con me di prestare i loro occhi e la loro voce ad altre donne. Quelle che queste montagne le hanno abitate prima di noi.
Avevo raccolto alcune loro parole in un piccolo libretto, lettere e pensieri arrivati da tempi diversi. Così, lungo il sentiero, quelle voci sono tornate a camminare. Non come ricordo lontano, ma come presenza accanto a noi. Donne e uomini che hanno vissuto queste montagne non solo fra fatiche, sacrifici e povertà, ma anche fra risate, coerenza, scelte e tanta gioia.
Poi siamo arrivati in Sussia.
E lì è accaduta una delle cose che amo di più: gli zaini si sono aperti.
Non usciva solo il cibo. Usciva il pensiero. La cura. Il desiderio di portare qualcosa che potesse far piacere agli altri.
Dopo pranzo è successo quello che succede quando le persone si sentono bene insieme.
Qualcuno ha iniziato a cantare.
Qualcun altro ha seguito.
Le voci si sono alzate leggere nell’aria di casa, di montagna. E a un certo punto qualcuno ha anche accennato qualche passo di ballo. Di quelli semplici, spontanei, che nascono senza bisogno di pensarci troppo.
E che gioia avere con noi Anna. Fra un sorriso e l’altro si fermava ogni tanto lungo il cammino, sceglieva un sasso fra quelli che aveva dipinto e lo lasciava lì, tra i muri e i sentieri.
E poi la nostra mimosa.
Non la mimosa dei negozi, delle città.
Un piccolo ramo di cornus mas, il corniolo, una delle prime piante che qui in montagna osa fiorire quando l’inverno non ha ancora finito di farsi sentire.
Giallo come la mimosa.
Giallo come il sole che torna.
Un fiore che parla di pazienza, tenacia, resilienza, perseveranza. Un fiore che somiglia molto alle donne di montagna.
Quando siamo scesi avevamo negli occhi quella luce particolare che rimane dopo le giornate semplici e vere.
E mentre tornavo a casa pensavo che certe esperienze hanno una misura strana.
Non si contano.
Si riconoscono.
E i sentieri hanno pazienza.
di Chiara Pesenti
